In questo articolo proponiamo un’intervista doppia a due figure chiave della tossicologia applicata:
Il professore universitario di medicina legale e tossicologia forense Sabina Strano Rossi, e il Dr. Paolo Franceschini, tossicologo clinico ospedaliero che opera quotidianamente nei laboratori di analisi.
Negli ultimi anni, il tema della guida sotto l’effetto di alcol o sostanze stupefacenti è diventato sempre più centrale nel dibattito sulla sicurezza stradale. Con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni del Codice della Strada (articoli 186, 186-bis e 187), e l’emanazione delle relative procedure di accertamento tossicologico-forense, si è aperta una nuova fase per tutti i professionisti coinvolti: forze dell’ordine, laboratori, medici, tossicologi clinici e forensi.
Attraverso quattro domande, esploriamo i punti di forza e le criticità della direttiva, il tema della catena di custodia, la qualità e uniformità dei risultati nei diversi contesti territoriali, e le sfide future per la tossicologia forense e clinica.
Un confronto diretto tra due prospettive complementari, per comprendere meglio come teoria e pratica si incontrano nella gestione di un tema cruciale per la salute pubblica e la sicurezza stradale. Buona lettura!
Quali sono, secondo lei, i punti di forza e le criticità principali della direttiva del nuovo codice della strada?
Prof.ssa Sabina Strano Rossi - La direttiva interministeriale è stata emanata per standardizzare le modalità di effettuazione delle analisi tossicologico-forensi necessarie per la contestazione della violazione degli articoli 186, 186 bis e 187 del codice della strada. L’allegato 2 descrive dettagliatamente le modalità di effettuazione delle analisi, a partire dalla modalità di esecuzione dei prelievi, attivazione della catena di custodia, ed effettuazione delle analisi seguendo i criteri tossicologico-forensi descritti nelle linee guida del GTFI.
L’esplicitazione che il sangue è l’unica matrice biologica utilizzabile per attestare la guida sotto l’effetto di stupefacenti, fatta in più punti dell’allegato 2, dirime molti dei dubbi ed evita di fare molti errori, come nel passato, quando veniva data una positività ottenuta nel campione biologico non idoneo allo specifico scopo. Altro aspetto fondamentale, purtroppo non scontato in passato, è che devono sempre essere effettuate le analisi di conferma su sangue nei campioni risultati non negativi allo screening, che può essere fatto anche su urine, per avere un dato valido dal punto di vista tossicologico-forense.
Dr. Paolo Franceschini - La direttiva del 2025 rappresenta un passo importante perché per la prima volta vengono standardizzate a livello nazionale le procedure tossicologico-forensi per accertare la guida sotto l’effetto di alcol o dopo aver assunto stupefacenti o farmaci psicotropi. Il punto di forza è proprio la maggiore uniformità: si fissano criteri condivisi per i prelievi biologici, per la catena di custodia e per le analisi di conferma in laboratorio, riducendo così il rischio di contenziosi e aumentando l’affidabilità dei risultati.
La criticità principale, però, riguarda l’attuazione: servono laboratori accreditati, personale formato e tempi rapidi per le analisi, altrimenti la direttiva rischia di restare teorica.
In sintesi, è un documento solido e scientificamente corretto, ma la sua efficacia dipenderà da risorse, organizzazione e da un forte investimento anche in prevenzione ed educazione.»
Come viene garantita l’uniformità e la qualità dei risultati nei diversi contesti territoriali? Ritiene che questo documento aiuterà i laboratori a rispondere ai requisiti forensi richiesti?
Prof.ssa Sabina Strano Rossi - L’uniformità sul territorio nazionale viene garantita dal fatto che le direttive, estremamente dettagliate, sono valide e devono essere ottemperate su tutto il territorio nazionale, e richiedono che le analisi vengano fatte secondo quanto stabilito dalle linee guida del GTFI per l’analisi dei campioni biologici con finalità medico legali e tossicologico forensi.
Dr. Paolo Franceschini - L’uniformità e la qualità dei risultati, soprattutto quando parliamo di analisi su alcol e sostanze stupefacenti, vengono garantite attraverso linee guida nazionali, metodi validati e procedure condivise. L’idea è che, indipendentemente dal laboratorio o dal contesto territoriale, il risultato debba avere lo stesso valore probatorio in sede forense. Questo significa controlli di qualità interni, partecipazione a circuiti di proficiency test, e formazione costante del personale.
Il documento collegato alla riforma del Codice della Strada può effettivamente aiutare i laboratori: fornisce un quadro di riferimento unificato che li indirizza verso requisiti tecnici e scientifici più stringenti, rendendo più semplice rispondere alle richieste della magistratura.
La vera sfida sarà l’applicazione pratica: servono risorse, strumenti e coordinamento costante tra i diversi centri. Senza questo cè il rischio che ci siano differenze tra territori, cosa che in ambito forense sarebbe problematica.
Quanto è critico, secondo lei, il rispetto della catena di custodia e quali sono le principali difficoltà che riscontra nella pratica quotidiana?
Prof.ssa Sabina Strano Rossi - Il rispetto della catena di custodia è ovviamente un fattore critico in analisi che hanno valore giudiziario. È un aspetto che talvolta sfugge al nostro controllo perché i prelievi, primo anello della catena, vengono fatti dal personale sanitario di pronto soccorso, spesso oberato di lavoro e con altre urgenze, quindi non sempre attento al prelievo di campioni che non servono per scopo clinico ma che richiedono particolari accortezze per la somministrazione dei moduli di consenso al paziente, il prelievo, la compilazione dei moduli e la sigillatura.
Dr. Paolo Franceschini - Il rispetto della catena di custodia è assolutamente critico: da esso dipende la validità stessa del campione e, di conseguenza, del risultato analitico in sede giudiziaria. Ogni passaggio — dal prelievo, al trasporto, alla conservazione e fino all’analisi — deve essere tracciato e documentato senza interruzioni.
Nella pratica quotidiana, però, le difficoltà non mancano: la gestione di campioni in contesti diversi (ospedali, pronto soccorso, strada), la necessità di tempi rapidi che a volte si scontra con le procedure formali, la carenza di spazi o di strumenti adeguati per la conservazione, e infine la complessità del coordinamento tra più figure professionali. Basta un piccolo errore di etichettatura o un ritardo nella registrazione per mettere a rischio l’intero procedimento.
Guardando al futuro, quali sono secondo lei le principali sfide e opportunità per la tossicologia forense e clinica in relazione alla normativa stradale?
Prof.ssa Sabina Strano Rossi - La tossicologia forense già operava secondo quanto prescritto dalle direttive, che abbiamo infatti contribuito a scrivere e che riportano di fatto le modalità di esecuzione delle analisi secondo le linee guida GTFI. La sfida principale è per la tossicologia clinica, che storicamente si occupa, appunto di analisi cliniche e che deve sempre più adeguarsi alle modalità di effettuazione delle analisi secondo i criteri tossicologico forensi, diversi nelle finalità e quindi nelle modalità di esecuzione, dai criteri per le analisi cliniche. La sfida principale è quella di fornire dati certi, con valore probatorio e con un elevatissimo grado di affidabilità.
Dr. Paolo Franceschini - Guardando al futuro, la tossicologia forense e clinica avrà davanti sfide importanti. La prima è sviluppare metodi sempre più rapidi e sensibili; questo è fondamentale per rendere giuste e affidabili le decisioni in ambito di sicurezza stradale. Un’altra sfida riguarda le nuove sostanze psicoattive, che cambiano continuamente e richiedono aggiornamento costante dei laboratori.
Ma ci sono anche grandi opportunità: l’uso di tecnologie innovative, come sistemi automatizzati di screening o strumenti portatili per i controlli su strada, e la possibilità di creare banche dati condivise che migliorino l’uniformità dei risultati sul territorio. Inoltre, la normativa può diventare un motore per investire in formazione e qualità, rafforzando così il ruolo della tossicologia sia in ambito forense che clinico.